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I ricordi al tempo di Facebook: se tutto è memoria l’oblio non esiste più.

I ricordi non si sa più dove stiparli. Ogni utente di Facebook posta in media novanta contenuti al mese. Se iscritto da lunga data ne avrà accumulati diecimila. Un’autobiografia dell’autostima visto che pubblichiamo in genere la parte più fotogenica di noi, fisicamente e moralmente. Sul ricordo c’è poi l’aspetto, altrettanto social, del caro estinto che non si estingue più.
La piattaforma di Zuckerberg è un camposanto da 50 milioni di account di persone scomparse. Profili in molti casi ancora visitati da parenti o da una vasta community di amici come nel caso dei cancer blogger (l’ultimo è il caso di Max Conteddu che ha raccontato su Twitter la sua malattia).
Ma Davide Sisto, docente di Filosofia teorica all’Università di Torino nonché esperto di tanatologia, preferisce parlare di Enciclopedia dei morti 2.0: la relazione tra aldilà e memoria affidata ai social network è uno degli aspetti, non l’unico, toccato in «Ricordati di me» (Bollati Boringhieri). Nel film «Non ci resta che piangere» il frate spaventava Massimo Troisi ammonendo «Ricordati che devi morire!». La tesi del tanatologo torinese va in senso opposto: ricordati che digitalmente non morirai mai.

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