Riflessioni sul massacro di Dacca.

dacca 2Morire in Bangladesh per mano di giovani esaltati dalla sharia e dalle sure più severe del Corano suscita pena, cordoglio, orrore e scoramento, ma non solo. Morire con il coltello che taglia una gola fino a pochi minuti prima piacevolmente intenta a degustare il menù di un ristorante chic è un tremendo specchio dei nostri tempi instabili e agghiaccianti. Morire imprenditori in un paese dove è ancora possibile mettere in gioco la propria vocazione industriale è una ulteriore distorsione sulla quale riflettere. Il mondo è in fermento in tutte le sue ideologie, in tutte le regole, i costumi e le tradizioni che, fino a pochi decenni addietro, davano l’impressione di essere una certezza storico geografica costruita nel tempo, stabile e acquisita. Le primavere arabe, il terrorismo, lo Stato islamico e la destabilizzazione dei paesi sulle coste a sud, dalla parte opposta del Mediterraneo, hanno visto la crisi di identità di una Europa sempre più confusa nel trovarsi stranamente unita, ma priva di regole e di sovranità, e ancora rosicchiata da storiche rivalità. Morire giovani imprenditori italiani, infedeli occidentali, trucidati in un lussuoso ristorante di Dacca, una delle più povere città del mondo, può essere lo scenario drammatico dai molti significati “propagandisti” di sicuro effetto. Colpire “i nuovi crociati” in modo crudo quanto spettacolare è un film in mondovisione: sono immagini sempre più comuni che si incastrano tra loro e si sviluppano in un complesso panorama, in un nuovo ordine mondiale. È un teatro diretto da occulte regie, difficile da condensare in poche righe di un pensiero riassuntivo che vuole concludersi con un’ultima interpretazione soggettiva.

dacca 3Il disfacimento di un’Italia produttiva, innovativa e industriale, scomoda leader mondiale negli anni ‘70, è un complotto economico e bancario programmato al tavolino di nazioni dal nazional-capitalismo ben più aggressivo. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: l’Italia è in svendita al Bancomat per paesi emergenti. Molte aziende che fino a poco tempo fa erano fiore all’occhiello di una nazione industriosa, oggi non ci appartengono più e il bel Paese, litigioso e bravissimo nel farsi male da solo, burocratico e tassato in ogni dove, sempre più corrotto e politicamente incapace di instaurare un clima di unità nazionale, arranca ombra di se stesso nelle paludi della recessione, della disoccupazione e della povertà crescente. Far profitto non è un delitto, in un panorama produttivo globale, e chi ha ancora voglia di fare azienda ha delocalizzato la produzione perché così richiede la spietata legge del mercato. Si può far demagogie di ogni tipo e colore su tutto questo, ma la realtà resta: i giovani imprenditori massacrati con lame taglienti perché incapaci di recitare il Corano erano a fare affari laddove i governi hanno interesse a motivare chi porta lavoro alla povera gente. In conclusione, forse, le tensioni del mondo dalle radici storiche mai sedate e assai lontane si stanno preparando ad altre e più cruente rese dei conti. Ma se questa Italia fosse cresciuta con più consapevole orgoglio delle proprie potenzialità e con più attenzione alle creatività del suo popolo, morire dall’altra parte del mondo sarebbe ugualmente un rischio importante, ma meno nel nome del lavoro che qui da noi, ultimamente e stupidamente etichettato “made in Italy”, purtroppo manca.

Carlo Mariano Sartoris

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