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Torino. Morto Ezio Gribaudo. Il mondo ha perduto uno scrigno di sapienza e di bellezza.

Questo non è solo l’omaggio a un grande artista torinese, maestro del ‘900 e del nuovo millennio, ma piuttosto un gemito di dolore personale: frammenti e ricordi di un personaggio che, partendo, ha lasciato un vuoto incolmabile e il mondo è un po’ più povero.
Ci siamo conosciuti durante una conferenza sull’arte. Entrambi sul palco, come due cani che si riconoscono e iniziano a giocare tra loro abbiamo iniziato a parlottare suscitando persino qualche lamentela, indisciplinati relatori andati fuori tema e al di là della scaletta. Quella sera è nata un’amicizia che mi ha arricchito la vita. Ezio Gribaudo è stato per me un amico, un fratello di storie e di pensieri, e in qualche caso, quel padre in più, come quello che avrei tanto voluto. Ezio ha compreso le sofferenze imposte dal fato alla mia vita. Un po’ se ne parlava e poi mi diceva “peccato che non ci siamo conosciuti prima”, concludendo con poche parole i tanti pensieri che scaturivano da un comprendere profondo. Poi, tra un racconto e l’altro della sua scorribanda nel tempo, a metà tra un grande artista e un sapiente interprete delle cose del mondo, talvolta abbassava la voce e con complicità mi faceva partecipe di qualche confidenza.
Divertenti aneddoti di un uomo che reputo uno dei più grandi interpreti dell’esistenza, prima ancora che immenso uomo d’arte, di cultura e di sapiente intelligenza. Argonauta del tempo che ha arricchito sé stesso e gli altri, la filosofia e ogni pionieristico viaggio intrapreso alla ricerca dell’armonia espressiva, maestro tra i maestri, durante la seconda metà del ‘900 fino a un giorno fa, l’ultimo per lui su questo stanco mondo.
Potrei riempire pagine elencando opere, monografie, riconoscimenti, o narrare funambolici incontri e metaforica arte condensata nel profilo di un grande dinosauro, la sua firma simbolica che dall’alto dei tempi comprime, descrive e racconta dell’uomo e del mondo. Invece vorrei ricordare quando mi confidava di quanto i suoi problemi alla vista gli impedissero il piacere di leggere, o di quella volta che eravamo per strada e voltandosi a guardare il suo aggettante atelier che trabocca d’arte e di cultura, castello incantato abitato dalle più giocose meraviglie, guardato a vista dal grande brontosauro di pietra, con tono triste e rassegnato mi disse: “come posso lasciare tutto questo?”. Sentiva l’età già troppo avanti e di morire non aveva alcuna voglia. La strada di una vita d’arte e di bellezza, non si capacita di intravedere un terminal, chiamato a rapporto da sorella morte, figura triste e incapace d’ogni forma d’arte, di gioia e di ironia.
Raccogliere pensieri e confidenze del Maestro è stato un privilegio infinito. Quelle poche volte in cui ultimamente abbiamo incrociato opinioni e familiarità, Gribaudo era cambiato. L’avanzare dell’età gli aveva reso più lenta la parola, non il suo significato. Ezio era triste, aveva colto come pochi fanno tutte le deformità che in un lesto decennio hanno imbruttito il nostro bellissimo e maltrattato mondo. Telefonate e brevi incontri: un sincero “come stai?”. E poi, da esperto intenditore dei popoli, custode di misteri che col tempo mi ha svelato e quindi, ovattato avventuriero, mi ha sempre anticipato, come amava dire “in tempi non sospetti”, il futuro della politica, il ruolo e il retroterra dei nostri governanti, di segreti di Stato, della mentalità dei russi; vittimistici pittori, etici e conservatori, e degli americani; insaziabili squali geopolitici e liberisti artisti, anticipando la resa dei conti. Ezio parlava comprimendo tutto, scindendo in una breve frase il bello e il brutto di ogni impensabile argomento.
Gribaudo è stato un limpido fuoriclasse d’arte e di cultura e Torino lo piange già. Ho voluto ricordare il grande artista da un punto di vista del tutto personale, tralasciando la sua imperdibile catena artistica ben rintracciabile sul web. È stato più forte di me, raccontare d’istinto e con sentimento è come avrebbe voluto lui, sempre ansioso di un commento, di un ricordo, di due righe sincere come queste. Finché vivrò non morirà mai, conservato nello scrigno migliore della mia immodesta memoria… Buon viaggio, Maestro! Ovunque sia diretta la tua sensibile essenza, il luogo è fortunato. Si arricchirà di favole, di pungente ironia e soprattutto di un giocoso e profondo senso di bellezza.

Carlo Mariano Sartoris

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