Morto Fabrizio Saccomanni, quando l’ex ministro si firmò Groucho Marx sull’Economist per difendere l’Italia.

Era l’autunno 1990, l’Italia aveva la presidenza semestrale dell’allora Cee (oggi Ue), si stava per lanciare la seconda fase della preparazione dell’Unione monetaria e l’Economist pubblicò un articolo nel quale si diceva che la gestione italiana del semestre somigliava a un autobus guidato dai Fratelli Marx.
Surreale e senza una destinazione. Pochi giorni dopo, al settimanale arrivò una lettera di risposta “curiosamente” firmata da Groucho, Harpo e Chico Marx, i tre Fratelli tutti deceduti entro gli Anni Settanta.
Diceva che Roma aveva spiegato più volte ai britannici che la loro controproposta all’euro, un Ecu «duro», non poteva essere discussa come alternativa alla moneta unica.
«Madamina il catalogo è questo», intonavano i tre: l’abbiamo detto al cancelliere dello Scacchiere, all’Ispettore generale del Tesoro, a un ministro junior, a un economista del governo, alla Banca d’Inghilterra, a un’intera commissione della Camera dei Comuni. Tutti informati di contenuti e tempi per arrivare nelle migliori condizioni a una conferenza intergovernativa a dicembre.
È che Londra non ha inteso. La lettera terminava con la scena di Duck Soup, film dei Fratelli Marx, nella quale un ministro chiede al premier se è chiaro il contenuto del suo rapporto. «Hem, beh, lo capirebbe un bambino di quattro anni – risponde Groucho – Presto, mi trovi un bambino di quattro anni».
Questo sapeva essere Fabrizio Saccomanni, morto, a quei tempi condirettore della Banca d’Italia: una persona deliziosa, colta, che scrive una lettera con ironia britannica, la manda all’Economist e non fa nemmeno sapere d’averla scritta lui.
Il Corriere impiegò giorni per scoprire che ne era stato l’autore.

fonte: corriere.it

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