Prendersi cura della morte psichica.

Nei giorni scorsi si è molto parlato delle vicende umane di Noa Pothoven, giovane ragazza olandese che, dopo aver tentato invano di ottenere dallo stato l’autorizzazione per il suicidio assistito, si è lasciata morire a casa, accompagnata dai propri genitori, o almeno questo è quello che abbiamo potuto sapere dalla lettura dei giornali. La sua storia ha avuto un effetto dirompente nel discorso pubblico, per diversi motivi: innanzitutto, anche grazie alla grossolana disinformazione con cui la notizia è stata riportata all’inizio, si è riacceso il confronto – scontro sull’eutanasia, in senso generale e poi nello specifico quando questa sia correlata alla sofferenza psichica; successivamente ci si è interr
Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2019/06/morte-psichica-psicoterapia/
ogati sull’enormità di questioni che apre la vicenda umana di un’adolescente, vittima di violenze e di uno stupro, che dopo aver tentato di metabolizzare invano queste esperienze, anche attraverso la scrittura di un libro, sceglie di morire e conseguentemente si lascia morire.
In quanto psichiatra e psicoterapeuta, vorrei soffermarmi su quest’ultimo tema, perché è quello che mi ha colpito di più: la morte è un evento difficile da metabolizzare, solitamente non fa parte delle possibilità che contempliamo nella nostra professione, perché rischia di minare le convinzioni teoriche ed etiche di noi “professionisti” della salute mentale; tali convinzioni costituiscono il fondamento più o meno solido su cui poggia la fiducia nella propria possibilità di essere d’aiuto nell’incontro con l’altro sofferente, pertanto la loro crisi rischia di esitare nella messa in discussione dell’identità professionale del terapeuta.
Il mio obiettivo è interrogarmi su quali possono essere gli strumenti clinici più adeguati ed efficaci in situazioni come questa, che mettono di fronte ai rischi della nostra professione e alla necessità che ognuno di noi ha di non essere una monade isolata in balìa degli eventi, ma piuttosto di far parte di una rete di supporto e sostegno tra pari e non solo.

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