14 aprile 1988. L’attentato che fece tremare tutta Napoli: una strage dimenticata.

Oggi l’allarme per possibili attentati aleggia come una nube nera sul mondo occidentale e, del resto, non passa un mese che non si senta di qualche aggressione o attacco terroristico. La società attuale tende a segnare l’inizio della “lotta al terrore” con l’attacco che l’11 settembre del 2001 distrusse le Torri Gemelle, ma attentati del genere, anche se decisamente meno impattanti, si susseguivano già da più di un ventennio prima dell’attacco all’America. Uno dei teatri di questi attacchi fu proprio la nostra Napoli il 14 aprile del 1988. Nessuno sembra ricordarlo, non ci sono parate o minuti di silenzio, le istituzioni non fanno bei discorsi ad ogni anniversario, ma quel triste giorno cinque persone, di cui quattro napoletani, persero la vita mentre camminavano per le strade della loro città. Un giorno come tanti, ma non per alcune faglie del terrorismo di matrice islamica: il 14 aprile dell”86 gli aerei americani avevano bombardato la Libia ed ora, dopo due anni, il Paul, un cacciatorpediniere USA sbarcava al porto di Napoli. Mentre la nave da guerra attraccava, il circolo USO, l’ente che si preoccupa dell’intrattenimento delle truppe americane nel mondo, situato a Calata San Marco, si preparava ad accogliere il capitano con una festa di benvenuto. Erano le 19 e 56 di sera, fuori dal circolo il noto venditore ambulante di souvenir Antonio Ghezzi, soprannominato “Popeye” dagli americani, cercava di vendere qualcosa agli invitati. Invece, Assunta Capuano, Guido Scocozza e Maurizio Perrone passavano lì fuori affrettati, ansiosi di tornare a casa dopo una giornata di lavoro. Proprio avanti all’ingresso era parcheggiata una Ford Escort: nessuno sapeva chi l’avesse parcheggiata proprio lì, nessuno se ne interessava, nessuno poteva prevedere che fosse stata riempita con trenta chili di esplosivo. L’auto esplose lasciando un solco sull’asfalto, tutta Napoli tremò per il boato da San Giovanni a Teduccio fino al Vomero. I corpi di Popeye, di Assunta, Guido, Maurizio e di Angela Santos, ufficiale portoricana, vennero ricomposti solo molte ore dopo, completamente dilaniati dalla deflagrazione. L’Armata Rossa Giapponese, un violento gruppo armato nipponico arruolato nelle file dell’estremismo jihadista islamico, rivendicò l’attentato quasi immediatamente e spiegò che era un monito all’Italia affinché non sostenesse più la politica estera statunitense. Junzo Okudaira, 39enne giapponese, venne condannato all’ergastolo il 20 marzo del 1992 dal Tribunale di Napoli, con l’accusa di concorso in strage e banda armata finalizzata all’eversione: alcuni testimoni l’avevano visto parcheggiare la Escort, mentre altri sostenevano di averlo scorto in Piazza Garibaldi in compagnia di una donna. Si trattava di Fusako Shighenobu, la fondatrice dell’Armata Rossa Giapponese, condannata nel 1993 negli Stati Uniti. I due si diedero alla macchia subito dopo l’attentato a Napoli. Fusako fu trovata solo nel 2000 ad Osaka ed attualmente sta scontando una pena di 20 anni in carcere. Junzo Okudaira, che attualmente dovrebbe avere circa 70 anni, è ancora latitante ed appare nelle liste dei ricercati più pericolosi al mondo.

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