8 aprile 2005. Il più imponente funerale della storia.

Gli ultimi uomini a vedere il volto di Giovanni Paolo II – ultimi fra i tanti sfilati a San Pietro e ultimi fra i 400 milioni che negli anni del Pontificato lo hanno visto di persona – sono stati i pochi che, all’alba dell’8 aprile 2005, hanno presenziato al rito della chiusura della bara in legno di cipresso nella quale è stata deposta la salma del Santo Padre. L’Arcivescovo Piero Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice – lo stesso che il 16 ottobre 1978 gli reggeva la croce quando si affacciò per la prima volta in piazza San Pietro – ha dato lettura del Rogito, biografia del Papa in lingua latina, le cui copie sono state firmate dai presenti. Marini e il Segretario Particolare di Giovanni Paolo II, l’Arcivescovo Stanislaw Dziwisz, hanno quindi coperto il volto del Papa con un velo di seta bianco, separandolo così per sempre dai propri cari e dal mondo. Concentrati su questo solenne compito, non hanno pianto. Piangevano, invece, tutti gli altri partecipanti al rito della “velatio”: i Cardinali Martinez Somalo, Sodano, Ratzinger, Ruini e Sandri, altri cinque porporati, quattro canonici della Basilica e i “familiari” del Pontefice, fra i quali suor Toviana e il secondo segretario Mietek. È stata recitata una preghiera composta per l’occasione: “O Signore, il suo volto veda ora il tuo volto paterno, il suo volto sottratto alla nostra vista contempli la tua bellezza“. Dopo una silenziosa preghiera individuale, il Cardinale Camerlengo ha asperso la salma con l’acqua benedetta e il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche ha deposto nella bara una borsa con le monete coniate durante il Pontificato ed un tubo sigillato contenente il Rogito. Poi, mentre la cassa veniva chiusa, è stato recitato il Salmo 41.
Trecentomila persone e duecento Capi di Stato e di Governo – oltre ai milioni di telespettatori che in quasi tutti i Paesi del mondo hanno seguito in diretta i funerali – si sono accomiatati da Giovanni Paolo II con un rito funebre, caratterizzato da un fortissimo vento, durante il quale si sono percepiti nettamente la tensione di un evento storico, i primi segni di devozione per il Papa defunto, la grande rivendicazione per l’identità cristiana, accentuata dal contrasto fra la solennità del rito e la semplicità del legno adagiato sul tappeto, tra il carisma di Wojtyla, giunto al suo apice, e la povertà di cui la bara è simbolo. Il feretro del Papa è stato infatti portato in processione in Piazza San Pietro e deposto su un tappeto steso sul sagrato, di fronte all’altare. La bara è semplice, senza fregi, di colore chiaro con una croce scura e la “M” di Maria sulla parte bassa del coperchio sul quale è stato collocato un Libro dei Vangeli, aperto. La processione era formata dai membri del Collegio Cardinalizio e dai Patriarchi delle Chiese Orientali, che indossavano paramenti di colore rosso e la mitra di colore bianco in segno di lutto. Tutti, prima di prendere posto, hanno baciato l’altare.
La Santa Messa Esequiale – presieduta dal Cardinale Joseph Ratzinger, che ha saputo tenere insieme tutte le suggestioni della cerimonia – è stata concelebrata da 164 Cardinali ed è stata spesso sottolineata dagli applausi della folla e da cori e da cartelli che inneggiavano ad un Papa “Santo subito”. Al termine dell’orazione dopo la comunione Ratzinger ha compiuto, presso il feretro, il Rito della Ultima Commendatio e della Valedictio (il commiato). Poi è toccato a Ruini, Vicario per la Diocesi di Roma, di avvicinarsi al feretro e, al termine del canto delle Litanie dei Santi, di guidare con voce leggermente incrinata la supplica alla Chiesa di Roma (“O Dio, accogli il tuo servo e nostro Papa …”) conclusa con una preghiera. Quindi, metafora perfetta del Pontificato di Wojtyla che ha fermamente creduto nell’unione della cristianità, l’omaggio e la silenziosa preghiera dei Patriarchi, degli Arcivescovi Maggiori e dei Metropoliti delle Chiese Orientali cattoliche. L’aspersione con l’acqua benedetta e con l’incenso è stato il definitivo suggello al rito. I dodici “sediari” riprendono sulle spalle la tavola ricoperta di stoffa rossa su cui giace la bara e si avviano verso la Basilica. Sulla porta si fermano e, ancora, Giovanni Paolo II si volta verso la piazza, verso il suo popolo che lo saluta. Venti, trenta secondi, interminabili: come se i sediari, che hanno vissuto quotidianamente con il Papa, non si rassegnassero a condurlo nella sua dimora definitiva, le Grotte Vaticane.
È proprio qui che tutto si compie. La bara di cipresso del Papa viene chiusa con nastri rossi sui quali vengono impressi i sigilli. Poi la doppia operazione. La prima bara viene calata in una seconda, di zinco, subito chiusa e saldata. Quella di zinco viene a sua volta calata in un’altra pesante bara di noce che ha gli stessi sigilli della prima e sopra la croce e lo stemma del Pontefice. Tutto è pronto per la tumulazione. Si canta il Salve Regina mentre il notaio del Capitolo della Basilica Vaticana osserva tutto e redige l’atto. La bara viene sollevata con funi e lentamente viene calata nella cripta con fondo di terra, come voluto da Karol Wojtyla. Viene anche gettata della terra contenuta in un sacchetto giunto appositamente da Cracovia. Viene posta la lapide. Sopra c’è scritto solo “Giovanni Paolo II 1920-2005“. Non c’è scritto che è stato il Papa più amato. Ma fuori, sulla piazza, i papa boy ancora cantano e pregano per lui.

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