Il cimitero deserto che racconta il futuro di Torino.

Contrariamente al suo «cugino», il Monumentale, il Cimitero Parco non ha nemmeno l’onore di una voce su Wikipedia. Anzi, scommetto che molti torinesi ne ignorano l’esistenza e l’ubicazione. Eppure si tratta di un’area vastissima. Ne percepisci la grandezza percorrendo strada del Portone, una terra di nessuno sospesa tra Torino e Grugliasco, a est della tangenziale e dell’interporto, su cui si affacciano capannoni industriali, palazzine di uffici, motel a ore; e dove incombe la sagoma azzurra dell’inceneritore di Beinasco.
Il muro di cinta del cimitero non finisce mai e non puoi fare a meno di immaginare la grandiosità che ci si sviluppa dietro. Invece, se decidi di visitarlo, scopri tutta un’altra storia. Il Cimitero Parco è un luogo bello e ben tenuto, servito anche da una linea Gtt interna: ma è sostanzialmente deserto. Non solo di visitatori, soprattutto di tombe. Ed è questo il paradosso per cui dal passato si intravede la Torino del futuro.
Inaugurato nel 1972
Il Cimitero Parco fu inaugurato nel 1972: non solo un altro secolo, ma un’altra epoca sociale e culturale. Quella era ancora la Torino in espansione, la città del lavoro, dell’immigrazione e del progresso. Costruire un nuovo cimitero che risolvesse i problemi di spazio del Monumentale non era solo ragionevole, era necessario.
Si affrontò la questione con un approccio che risentiva dello spirito dei tempi. Vennero bandite le cappelle di famiglia, al Cimitero Parco i morti – interrati o negli ossari – sarebbero stati tutti democraticamente uguali. Per realizzarlo ci si ispirò alla tradizione dei luoghi di sepoltura del Nord Europa, più simili a giardini che a cimiteri. La nuova struttura sarebbe stata caratterizzata da grandi estensioni di verde, prati, collinette artificiali e da un rapporto «aperto» con la magnifica cornice delle Alpi.

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