30 dicembre 2012. Muore Rita Levi Montalcini.

Le cellule del mio sistema nervoso hanno subito un effetto traumatico molti anni fa: non vi è stato perdono. Antipatica bestia il sistema simpatico: famiglia di cellule dalle quali dipende il bello della vita, cellule che, se intaccate, danno origine a una severa e articolata famiglia di infermità neurologiche assai invalidanti. Malattie dai nomi che mettono paura: sclerosi multipla, atassia di Friedrich, morbo di Parkinson e quant’altro. Piaghe ancora lontane dall’essere sconfitte. Se ne è occupata Rita Levi-Montalcini, e di questo le sono grato, ma c’è ancora tanto da fare in materia di cellule nervose e siamo in attesa di un ricambio generazionale che produca lo scatto successivo. Noi invalidi per mille e maledette ragioni auspichiamo il tempo di un altro premio Nobel che produca innesti o formule chimiche: qualsiasi scoperta che ci restituisca vita, gioia e speranza, perché la carrozzina è una condizione di minorità cruda e crudele.
Rita Levi-Montalcini, figura di spessore internazionale, icona di passione, di applicazione alla scienza medica e alla ricerca, meritò il premio Nobel per la medicina nel 1986, ma molti altri riconoscimenti aveva giustamente collezionati prima. Al mio occhio un po’ sacrilego nel suo essere quasi faceto, tra i tanti ne manca uno: un Oscar alla regia per una vita femminile insolita, avventurosa, eccezionale e molto fortunata, ancor più che alquanto duratura: cercherò di riassumere perché.
Venuta al mondo all’alba del ‘900 in una famiglia ebrea colta e benestante, nacque nel tempo in cui aspirare ad una “quota rosa” nel contesto maschilista dell’Università e della cultura non era un obiettivo facile. Ispirata dall’amore per la medicina e sospinta da indomita tenacia, volle privilegiare la strada della ricerca scientifica, rinunciando a costruire una propria famiglia. Nel 1936 si laureò in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti, un traguardo raggiunto in tempo prima di incappare in un nuovo e più discriminante ostacolo.
Da parte di cittadini italiani che non fossero di razza ariana, l’apogeo del fascismo non fu certo il momento storico più adatto per scegliere una carriera accademica e professionale. Le umilianti leggi razziali del 1938 avevano abolito tale pratica, lasciando presagire il resto. Alla giovane ricercatrice non rimase che l’esilio professionale, dapprima in Belgio e poi tra le assurdità di un’Europa in preda alla follia nazista, salvandosi dalla deportazione senza mai interrompere il lavoro di ricerca anche in laboratori di circostanza e operando come medico nelle file delle forze alleate. Una storia intensa e per fortuna a lieto fine. In quei tragici anni la vita della giovane donna, del medico e della scienziata, è stata quanto meno rischiosa: occorreva nascondersi, salvare la preziosa intelligenza della quale avrebbero avuto bisogno i posteri.
Dopo le macerie del conflitto mondiale, e con “molta fortuna” per sua stessa ammissione, ha potuto finalmente ampliare gli spazi per la curiosità verso i misteri di funzionamento della mente e del cervello, accolta negli Stati Uniti per proseguire quella ricerca mai interrotta neppure in tempo di guerra. Una missione insita, sospinta da una lucida intuizione in quanto “facoltà concessa alla mente dell’homo sapiens”, come essa stessa amava ricordare. Studiosa  acuta, quanto personaggio elegante e signorile, non poteva essere che onorata in ogni dove per le sue innate doti, apprezzata figura presso le università di mezzo mondo, quanto persona amata e benvoluta dalla gente di ogni estrazione sociale.
Rita Levi-Montalcini ha salutato la sua straordinaria storia ed il nostro pianeta il penultimo giorno dell’anno del Signore 2012, dopo aver percorso una vita straordinaria nei tempi, nei modi e nei luoghi, nei tanti ed insigni risultati raggiunti, arrivando molto in là al giorno del fatale appuntamento. Tagliare il traguardo consegnando ai posteri una eredità per la ricerca e per la solidarietà, mandarlo ad effetto con un cesto di lauree e con segni di stima raccolti in ogni angolo del mondo, icona di un’Italia generosa che la volle senatrice a vita, non è fortuna per tutti. Farlo a 103 anni di età lascia, a mio modo di vedere, anche il giusto tempo per abituarsi all’idea.
Rita Levi-Montalcini ha dato molto alla ricerca per quelle patologie nervose così severe e invalidanti. Ci manca. Noi, soggetti interessati, attendiamo un altro volto che sappia scrivere il proseguire della storia con passione e con eccellenza risolutiva. Nel frattempo, vecchio rappresentante di lesione midollare, auspico che l’eminente scienziata, la donna garbata ed elegante, solida e minuta quanto valorosa, abbia fatto un buon viaggio tra le particelle ignote che ci attendono oltre l’atmosfera. Tra le tante fortune accreditate alla nostra ambasciatrice, una credo si sia potuta aggiungere nel momento migratore verso spazi più ampi. Nel momento del trapasso, corre voce si faccia vivo il dubbio di dove potrà avvenire l’atterraggio di un’anima, da sempre indirizzata verso l’alto, verso l’infinito. Non è fortuna né merito comune poter contare già su una ipotetica, seppur fatua collocazione. Non tutti hanno un asteroide che porta il proprio nome e forse, a quell’indirizzo, su quel corpo celeste che fluttua nel cosmo, cittadina onoraria anche del firmamento, la ha aspettata un attrezzato laboratorio.
Per quanto il Creatore, a suo tempo si sia dato da fare con scientifica perizia e con immaginazione, oggi possiamo ammettere che, nella vastità del progetto, almeno umanamente è inciampato in qualche minuto difetto. Mi piace pensare che, sebbene la scienziata si sia sempre proclamata atea, l’ipotetico buon Dio abbia mostrato d’essere anche un Signor galantuomo che non ha rifiutato un po’ di spazio-tempo in cui collaborare con una così amabile e intelligente signora. C’è sempre da imparare nella vita, chissà nell’aldilà…

Carlo Mariano Sartoris

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